Le origini della Tenuta Reale

La storia

Come appare dal libro di Padre Baccanti sulla Beata Paola Montaldi (di cui si riportano alcuni brani), la cantina Reale dei Boselli di Volta Mantovana era già celebre nel settecento. Ma secondo la narrazione fatta nello stesso volume, la cantina esisteva nel 1442.

Nell’anno 1770, dic’egli, essendo io allora bambolo d’anni dieci circa, la mia Ava paterna Domenica Segni nata li 4 Aprile 1634; poco distante da Montaldo, andando alla Campagnola oltre il detto Montaldo, mi prese per mano, e giunti al detto Montaldo, ove si fa una croce con la strada comune, che dalla Volta va al Borghetto, e a Valezo; ed un’altra di vicinato che viene dalle case de’ Boselli di Montaldo, e va alla Casetta di Delaìno e a cantina de’ Boselli la famiglia Montaldi si trovava stabilita colà in Montaldo, come si ha da un testamento, e divisione de’ suoi beni rogato li 6 luglio 1532 dal Sig. Agostino Masti Notaro della Volta, in occasione, che un certo Pellegrino Francesco Delbono Boselli dimorante alla Volta dispose de’ suoi stabili per ultima volontà a favore de’ suoi eredi facendone la seguente descrizione:

Un campo vitato in contrada delle Reale con sei file di vigne appresso li fratelli Montaldi dal primo, e Francesco Delbono Boselli dagli altri.

Una pezza di terra arativa svignata, parte montiva e boschiva con tutte le sue ragioni nella contrada dalla Valle della Ceresa appresso Francesco Delbono Boselli dal primo, e fratelli Montaldi dagli altri.

Una pezza di terra vitata in contrada delle Fornaci appresso li fratelli Montaldi dal primo, la strada comune dal secondo, e fratelli Delbono Boselli dal terzo.

Un’altra pezza di terra in contrada del Dugale appresso Francesco Delbono Boselli e fratelli Montaldi.

VITA, E GESTA
DELLA BEATA PAOLA MONTALDI
MONACA PROFESSA
NEL MONASTERO DI S. LUCIA DI MANTOVA
SCRITTA DAL SACERDOTE
ALBERTO BACCANTI
DOTTORE DI SACRA TEOLOGIA

Cavaliere della Milizia, Abate Titolare di S. Lucia e Canonico della Insigne Collegiata di S. Stefano di Casalmaggiore.

IN CASALMAGGIORE
Per Giuseppe Braglia

Lo stemma di famiglia

Non poteva mancare, nel contesto di novità afferente i vini in esame, la realizzazione di una suggestiva etichettatura, che al meglio esprimesse gli aristocratici contenuti illustrati.

E tenuto conto che da oltre sei secoli, ossia dal 1442, le Cantine Boselli insistono sul territorio delle colline moreniche mantovane, si è creduto opportuno consegnare il divenire della tenuta REALE e dei nuovi nati, al segno immarcescibile dello stemma di famiglia, le cui origini si perdono nella notte dei tempi.

Parlare di stemma significa dibattere in ordine a un rituale di carattere storico-simbologico di grande fascino e tradizione. Se si valuterà come esso penetri ed esprima efficacemente il concetto di nobiltà e ne dilati i contenuti a una partecipazione universale, si potrà cogliere il senso di una proposta che si richiama a due distinti progetti:

  • Affermare attraverso il simbolo l’essenza e qualità di una ricerca merceologica rigorosa e pregnante che guarda al futuro;
  • Esportare culturalmente il prodotto legandolo al segno che lo rappresenta e al nome che lo identifica.

Lo stemma infatti si fa in questo caso veicolo non solo di una ulteriore condizione di piacevolezza, cromatica e visiva, ma di un autentico rimando culturale di forte suggestione. Si vorrà infatti ricordare quale impatto estetico-letterario si affidasse un tempo allo stemma di famiglia, segno di condizione sociale, origine, prestigio, privilegio. Dunque un unicum che oggi come allora riteniamo possa adeguatamente riassumere le peculiarità di un modello vivo e desideroso di affermarsi.

Ecco allora che su campo verde, sormontato dal cimiero al bue nascente e da elmo con rossa mantellina, si staglia prepotente un cavaliere armato che cavalca un bue furioso, segno della mitezza e laboriosità, ma anche del furore che lo può pervadere nel momento in cui non gli venga portato il dovuto rispetto, come testimonia il motto che lo accompagna:

A FVRORE RVSTICORVM LIBERA NOS DOMINE

Il rimando culturale è forte e la lettura della metafora significativa, a testimonianza di una ricerca che non disgiunge i simboli dai contenuti specifici afferenti il prodotto che, da oggi, guarda con speranza alla critica valutazione del consumatore.

L’auspicio è che la stella d’oro che brilla nello scudo addestrata al focoso cavaliere le cui armi si stagliano prepotenti nel cielo, risplenda presto di non mutuata luce nel firmamento enologico non solo mantovano.

Giancarlo Malacarne

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